giovedì 7 giugno 2018

CONTINUO A SCRIVERE DI LUI (28 settembre 1989)

Scritto del settembre 89 (25 e 10 mesi). A quasi due anni dall'incidente dei miei amici, un pensiero a quello che, in quel momento, era, tra i cinque, quello che frequentavo di più. Il giorno dopo l'incidente sarebbe stato il suo 24° compleanno. Il giorno dopo ancora, il mio, con la stessa cifra. E, il giorno del mio 24°, saremmo dovuti partire insieme, per l'ennesimo viaggio in Francia per lavoro.

Marco aveva gli anni miei, 
un giorno in più,
ed una forza da far paura;
una famiglia che lo adorava
e che, senza lui, proprio non poteva.
Nei suoi occhi la dolcezza,
nelle mani tanta grinta,
un misto d'angelo e animale che, 
Cristo! 
Gli stava proprio bene.
Lui non amava star seduto;
lui non sapeva andare piano
e se vedeva litigare,
s'intrometteva e ci sapeva fare.
Un giorno mi volle incontrare,
aveva il volto imbambolato,
non pianse, fuori, ma si sfogò:
lei, così piccola, lo aveva lasciato.
Mi disse cose che non a tutti diceva
e lo viddi, per un attimo, diventare pulcino;
quella montagna massiccia e rocciosa,
aveva un cuore dolorante e ferito.
Marco, da due anni, oramai non c'è più;
la sua famiglia non si rassegna;
gli altri amici lo cercano ancora
ed io, continuo a scrivere di lui. 

IL TEMPO PASSA MA NON CANCELLA (settembre 1988)

Scritto del settembre 88 (24 e 10 mesi). Sfogo a 10 mesi di distanza dal terribile incidente stradale in cui morirono 5 miei amici. Erano amici nuovi, pieni di vita, amici che avevo da poco più di un anno iniziato a frequentare per via del fatto che due di loro erano anche colleghi di lavoro. Non ero mai stato, fino ad allora, un credente, ma iniziavo a farmi delle domande; domande che cessai di pormi proprio dopo questo episodio. Per me, loro, rappresentavano una rinascita, dopo la delusione degli altri, quelli d'infanzia che, nel frattempo, avevano iniziato il loro percorso verso la droga pesante.

Se fossi l'unico padrone della mia vita,
almeno come di questa maglietta,
non starei certo a far distinzione
e da sopra il corpo, la sfilerei.
Se è proprio vero che Tu ci sei,
perché ti sei preso gli amici miei?
Perché a quell'attimo di distrazione,
hai permesso di fare da padrone?
Il tempo passa, ma non cancella;
non siamo dei quaderni dentro una cartella;
non siamo fogli scritti e poi dimenticati,
in molti hanno sorriso quando siamo nati.
Il tempo passa, ma non cancella;
già è poca l'allegria, toglici anche quella!
così potremo dire, senza alcun timore,
di stare in questo mondo soltanto per pagare.



MIA MADRE NON RINGRAZIERA' (8 febbraio 1989)

Scritto del febbraio 89 (25 e 3 mesi). Anni in cui la droga uccideva giornalmente tanti giovani e in cui tanti giovani delinquevano per procurarsela. Ogni tanto una notizia sul sequestro di forti quantità, per far credere si stesse combattendo il fenomeno. Ma, nonostante ciò, quella che girava, superava di gran misura quella sequestrata (senza chiedersi poi, quest'ultima, che fine facesse).  Anni in cui era più facile venirne risucchiati che restarne fuori e i genitori avevano il terrore che i loro figli, a loro insaputa, potevano caderci.

Io comprendo il mondo quando fa le scene
per le grandi quantità sequestrate alle dogane,
piccole percentuali di quelle nelle vene
dei suoi giovani figli malati di ragione.
Io ho le unghia corte, mangiate dalla fame,
deboli e nervose per non essere affondate;
tu che mi comandi, che mi ordini di fare,
le tue unghia sono forti, pulite e profumate.
Perché la nostra carne non deve mai guastarsi,
purché la nostra mente non riesca a concentrarsi,
affinché le nostre ossa possano poi rialzarsi
e le nostre mani, sporcarsi e ripulirsi.
Mia madre è lì che stira vicino alla finestra,
sorride alla fortuna di quattro figli onesti;
ieri però piangeva ascoltando le notizie
e svuotava le sue tasche, sperando le bastasse.
Ma non ringrazierà di certo l'andamento,
il ritmo della strada o i verbi delle vie;
e non ringrazierà tutto il tempo perso a scuola
ma fiera sorriderà inneggiando alla fortuna.
E non ringrazierà gli odori di borgata,
né la vicinanza di un campo e di una chiesa;
e non s'inchinerà dinnanzi a un chiar di luna,
ma gaia sorriderà, baciando in fronte la sua fortuna.
Io capisco il mondo quando fa le scene
per ogni azione buona che riesce a fare,
ma per qualsiasi cosa e in qualsiasi situazione,
mia madre, di sicuro, non lo ringrazierà. 

ALLA DONNA DEL 90 (31 maggio 1989)

Scritto del maggio 89 (25 anni e mezzo) dove si evince la voglia e la bramosia di avere storie sentimentali, ma anche l'inquietudine, la paura, l'imbarazzo e l'immaturità camuffate, per difesa, dalla volontà di essere libero.

Per le strade t'incontro, ti sorrido e t'invento;
forse tu non mi noti, poi ti volti e sparisci.
Lo sai già la mattina, quando esci di casa,
che di fuori i miei occhi non sapranno ignorarti.
Si, ma vedi, le cose, forse sai anche questo,
come stanno realmente, sono assai differenti;
oltre a quel mio pensiero c'è un enorme foschia,
dopo quella tua scia, il mistero m'invade.
Sono troppe le cose che mi fanno frenare,
troppi sono quegli uomini che non san più che dire;
e non mi va di rischiare, di tentare la fuga,
da questa vita confusa, ma nei suoi limiti, mia.
Però, non c'è che dire, sei bella assai da guardare;
viene spontaneo sorriderti, sognarti ed inventarti.
E smettila di sentirti l' irriducibile oggetto;
prova solo a pensare alla paura che dai. 
Tu, con le tue indecisioni, la tua fretta di fare,
le tue aspettative, le follie del tuo cuore.  
E non calarti nel ruolo di chi deve reagire,
quando, se vai a vedere, sei tu a far ciò che ti pare.
Comunque, non ti fermare, non è tempo sprecato
quello che ogni mattina spendi dentro al tuo bagno;
continua pure a passare, a lasciare la scia;
donna, non ti arrabbiare, ma mi vai bene così.

DOV'ERI? (25 maggio 1990)

Scritto del maggio 90 (26 anni e mezzo). Un periodo certamente difficile quando, come unica vera amicizia, avevo la scrittura, nella quale indirizzavo tutto il mio malessere, ma anche le mie speranze, le mie fantasie e la voglia, comunque, di rimanere in piedi.

Dov'eri mentre io mi stranivo?
Forse, coperta dai troppi pensieri,
restavi a casa e non uscivi.
E intanto, io mi stranivo.
Tornavo dal lavoro e mi sdraiavo;
iniziavo a scrivere, ma poi tagliavo;
mettevo un disco, ma subito cambiavo.
Ma tu, dov'eri mentre mi stranivo?
Rinchiusa nei tuoi sogni, son sicuro.
Provavi a immaginare il mondo a modo tuo
e a modo tuo vedevi chi ti stava intorno,
ma, a poco a poco, si sfumava tutto.
E intanto io mi stranivo.
Cambiavo i ruoli a semplici persone
mettendole sul podio del mio cuore
per poi vederle, lentamente, frantumare.
Ma intanto, tu dov'eri?
Starai senz'altro ponendoti la mia stessa questione;
io, che sono ad un passo dal bruciare tutto,
se continuo a chiederti e a non trovarti mai.

mercoledì 6 giugno 2018

SIMONETTA DORME (per Simonetta Cesaroni) (27 SETTEMBRE 1990)

Scritto del settembre 90 (26 e 10 mesi) che tratta del famoso tragico fatto di cronaca accaduto in via Poma a Roma alla fine dell'estate di quell'anno che mi colpì in maniera viscerale.

Simonetta dorme.
E non dice a nessuno chi ha visto per ultimo;
non ha più bisogno di vecchi ricordi;
siamo noi quelli angosciati.
Successo, si,
ne avrebbe voluto anche lei,
come chiunque, stanco di faticare,
solo per pareggiare le spese a fine anno.
Successo, si,
Simonetta ora ne ha avuto,
ma mentre dorme
e non può sentire il suo nome sulle labbra di tutti.
Simonetta dorme
e vorrebbe che i suoi cari facessero altrettanto.
Vorrebbe tapparci la bocca e farci pensare ad altro
chiudendo negli occhi un segreto che è soltanto suo.
Simonetta dorme.
Lasciamo che lo faccia coperta di silenzio.
Chi l'ha addormentata non saprà pensare ad altro
e un giorno, sottovoce, ce lo verrà a svelare.

IL FORSE MANCATO (2 settembre 1990)

Scritto del settembre 90 (26 e 10 mesi). Una storia accaduta veramente una mattina di quell'anno, quando, in coda all'ufficio di collocamento, m'innamorai a prima vista di una ragazza che mi precedeva nella fila e della quale carpii nome e cognome. La sera a casa presi l'elenco telefonico e cercai il suo cognome scartando tutti i numeri che non potevano essere della zona della mia circoscrizione. Ricordo che, incredibilmente, solo dopo due o tre telefonate, mi rispose proprio lei. Ma, purtroppo, non era sola. 

La naturale gentilezza
mi ha colpito al punto che,
ho sfogliato trenta nomi
per poter giungere a te.
Te, che in fila, davanti a me,
nella coda per il lavoro,
hai ripetuto più volte il nome
come parole d' appuntare.
Ed era certo più che normale
che non saresti stata sola,
che avresti avuto già chi ti aveva,
tu ed il tuo fascino inconsueto.
E proprio lì, accanto a te,
col mio imbarazzo nel tuo orecchio,
lui ti ascoltava che rispondevi
che lo sapevi, che lo sentivi.
E questo mi lasciò sorpreso,
ma ciò rientrava nella sfera
sofisticata dell'istinto
che spesso è lucido più di noi.
E ora mi resta la soddisfazione
per il rimpianto che ho battuto,
ma resta pure questa smorfia
che evince il mio forse mancato.

QUELLI CHE (26 agosto 1990)

Scritto dell'agosto 90 (26 e 9 mesi) in un periodo non proprio felice tra amici vivaci, morti e amici morti, vivi. Serate passate in solitudine, scrivendo, leggendo, guardando la tv o, sovente, incoraggiando qualche amica che oltre non voleva andare.

Quelli che
si stan sfilando la camicia
ed hanno già il telercomando.
Quelli che
hanno cercato per una vita e non han trovato,
neanche cambiando.
Quelli che
vivono da soli e sono soli oltre che a casa
anche nel cuore,
che son rientrati da un minuto 
e solo da un minuto
stanno sorridendo.
E non sentono più nemmeno il peso
di non aver deciso
anziché restare fermi ad aspettare.
Quelli che
hanno finito un altro libro e un altro
lo stanno incominciando.
Quelli che
a volte si alzano per aprire
sempre sorridendo.
Quelli che
parlando poco fan capire, o forse solo ricordare
a chi si stà accomodando,
che, dopo aver svuotato il cuore,
si posson pure congedare.
E non sentono più addosso il buon profumo
di chi, oltre quello, non gli ha concesso
che un caro abbraccio ed un ringraziamento
per aver ascoltato e poi
naturalmente consigliato.
Quelli che
stanno finendo di sputare su questo mondo
le ultime leggere rabbie per aver sempre creduto
e solo ora digerito
e solo adesso, dimenticato.

NESSUNA COMPASSIONE -malgrado la poesia- (29 settembre 1990)

Scritto del settembre 90 (26 e 10 mesi) dove denuncio con rabbia il lasciarsi andare dei miei amici all'eroina.

Se fossi tornato qui dopo dieci anni
e avessi trovato tutto così com'è,
allora avrei potuto chiedervi spiegazioni.
Ma non mi sono mosso un attimo,
vivendo sempre accanto a ognuno,
per questo, adesso,
non provo compassione per nessuno.
E' inutile, ora, darsi schiaffi sul viso,
quando, già prima d'iniziare,
era tutto così inciso;
ed è inutile gridare "questa musica non mi piace",
quando, già prima del ballo,
si conosceva il ritmo.
E' la reazione di un uomo ferito
che si vede assottigliare, a poco a poco,
la grande folla che gli occupa la vita.
Ma se devo far poesia e capir le situazioni,
non posso non considerare il terreno del mondo
e questi fragili fiori che ci si son trovati dentro;
questa serra malata, infertile e impreparata
perché non curata da chi, prima di noi,
si è trovato al centro di una semina già iniziata.
Ma la poesia, a questo punto, conta poco;
ciò che conta è solo ciò che accade.
E ciò che accade non è certo giusta prosa
per chi teneva in mente tutt'altra storia.
Così torna la rabbia dell'uomo deluso,
l'immagine di un sorriso tagliato
e lo sguardo che, da vispo,
si è pietrificato.
E la sorpresa di una realtà troppo deviata,
mi fa rallentare il passo
che starà sempre più accorto, d'ora in poi,
a dove poggiare i piedi.

SPICCIOLI DI FIDUCIA (8 marzo 1991)

Scritto del marzo 91 (27 e 4 mesi). Riferimento ad un fatto di cronaca accaduto in quei giorni quando, 5 uomini Tunisini, violentarano una ragazza per 5 lunghe ore alla stazione Termini dentro un vagone in disuso.

Rubando quegli spiccioli di fiducia,
dalla tasca scucita che mamma vita
ancora non riesce a rammendare,
han soddisfatto l'animale,
l'unica parte di loro che ancor funziona bene.
Anche stavolta erano più di uno,
anche stavolta venivano da lontano.
Lei avrà gridato a squarciagola
perdendo, oltre alla voce,
la speranza di essere udita
e assaporando amaramente, in quelle lunghe ore,
l'allontanarsi della preziosa sensibilità.
E a chi, ora, le chiederà elemosine d'amore,
mostrerà la tasca completamente vuota,
anche di quegli spiccioli di fiducia,
spesi per soddisfare la ferocia,
sbarcata per aiutarci ad annegare
in questo mare di merda che ci circonda.

UNA SOLA NOTTATA (novembre 1990)

Scritto del novembre 1990 (27 anni). Tra realtà e fantasia di una storia in un freddo inverno di un anno prima.

Piccole orme di entusiasmo si nascondono,
tra le rughe rivelatrici,
che puoi celare nelle tue serate di gala,
ma non in notti di pioggia come questa.
E a volte parli, 
più che per informare,
per essere informata
e ridi,
più che per divertire,
per fingerti divertita.
Questa improvvisa decisione, ti dà troppo gusto,
al punto da contare più della tua scelta;
domani avrai occasione per raccontare
e non vorrai di certo trascurare
il minimo particolare.
E parlerai di quel ragazzo imbarazzato
e della sua simpatica timidezza;
delle tue avances, fatte di curiosità
e di nostalgica voglia di tornare a vivere.
Dirai dei vetri appannati e della brutta strada
percorsa per arrivar sin qui
e della faccia rossa e contadina giù all'entrata,
di chi voleva darti due letti separati.
E non dimenticherai, sicuro, di far notare
i graffi, segnati da un' estasi mai provata,
di chi è stato al gioco, pur notando
piccole orme di entusiasmo
tra le rughe rivelatrici.

UN SOGNO ANTICO (marzo 1991)

Scritto del Marzo 91 (27 e 4 mesi) che tratta una storia relativa a 10 anni prima, quando lavoravo, appena 17enne, come apprendista meccanico in un' officina meccanica nella periferia nord/ovest di Roma.

La ragazza aveva fascino.
Non faceva granché per metterlo in mostra, 
lo aveva naturale.
Ce lo aveva vispo, dietro a due perline nere. 
Era di quelle che, solo guardandoti, 
ti trasmetteva ottimismo e voglia di giocare.
Doveva essere stupenda quando rideva di cuore;
ti metteva proprio voglia di farla divertire.
Guardando lei mi venivano in mente soltanto cose belle.
Me ne ero innamorato, dieci anni fa,
anche se non eravamo mai usciti insieme,
anche se non ricordava il mio nome,
anche se, magari, aveva già il fidanzato
o, ancora meglio, si stava per sposare.
Passava tutti i giorni, dieci anni fa, davanti all'officina;
sorrideva sempre.
Mi veniva voglia di togliermi la tuta,
lavarmi le mani e partire, andare lontano,
io e quello splendido sorriso.
Ed ero convinto che non avremmo mai litigato,
nemmeno tra la calca di gente piena di opuscoli e valigie
che ti schiaccia perché guarda in alto, anziché di fronte,
per vedere gli orari degli arrivi e delle partenze.
E non avremmo litigato nemmeno al ritorno,
quando l'entusiasmo si volta per riposare,
quando tutto quel che c'era da vedere era veduto,
quello da udire, udito, quello da leggere, letto
e quando sarebbe rimasto l'ultimo biscotto.
Avremmo fatto metà per uno,
io e quello splendido sorriso.
Ma poi andava via e, allora,
mi rimettevo la tuta e tornavo in mezzo al grasso.
Però adesso ci sguazzavo.