Scritto del settembre 90 (26 e 10 mesi) dove denuncio con rabbia il lasciarsi andare dei miei amici all'eroina.
Se fossi tornato qui dopo dieci anni
e avessi trovato tutto così com'è,
allora avrei potuto chiedervi spiegazioni.
Ma non mi sono mosso un attimo,
vivendo sempre accanto a ognuno,
per questo, adesso,
non provo compassione per nessuno.
E' inutile, ora, darsi schiaffi sul viso,
quando, già prima d'iniziare,
era tutto così inciso;
ed è inutile gridare "questa musica non mi piace",
quando, già prima del ballo,
si conosceva il ritmo.
E' la reazione di un uomo ferito
che si vede assottigliare, a poco a poco,
la grande folla che gli occupa la vita.
Ma se devo far poesia e capir le situazioni,
non posso non considerare il terreno del mondo
e questi fragili fiori che ci si son trovati dentro;
questa serra malata, infertile e impreparata
perché non curata da chi, prima di noi,
si è trovato al centro di una semina già iniziata.
Ma la poesia, a questo punto, conta poco;
ciò che conta è solo ciò che accade.
E ciò che accade non è certo giusta prosa
per chi teneva in mente tutt'altra storia.
Così torna la rabbia dell'uomo deluso,
l'immagine di un sorriso tagliato
e lo sguardo che, da vispo,
si è pietrificato.
E la sorpresa di una realtà troppo deviata,
mi fa rallentare il passo
che starà sempre più accorto, d'ora in poi,
a dove poggiare i piedi.
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